Per “ri-nascere” serve il vaccino. A costo di imporlo

 

Il vaccino come risorsa fondamentale per la salute dei cittadini ma anche per la necessaria ripartenza economica. Ma il “popolo dei dubbiosi” è sempre più folto, quanti italiani sono realmente disposti a sottoporsi al vaccino? La rubrica Ri-nascita di Romana Liuzzo, presidente della Fondazione Guido Carli.

La “rinascita” passerà (anche) da una fiala. Da una capsula in vetro lunga non più di un dito. Lì, conservata a temperatura ultra polari, il vaccino della nostra salvezza e della ripresa economica altrettanto vitale per rimetterci in cammino.

Adesso è tutto un proliferare di congetture sui tempi e i modi della distribuzione, su come coprire il fabbisogno di miliardi di dosi nel mondo e di quelle 40-45 milioni necessarie in Italia per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge. Perché di tempo (mesi, forse metà anno) ce ne vorrà davvero tanto e di risorse finanziarie altrettanto. Ma in pochi stanno facendo i conti con un problema non oggettivo, stavolta, ma soggettivo. Ovvero: quanti italiani sono davvero disposti a sottoporsi alla vaccinazione anti Covid? E che fare, come comportarsi con tutti coloro che non vorranno farlo?

Domanda e questione non da poco. Le ultime notizie sullo stop ai test finali subìto da uno dei principali produttori europei del siero non ha contribuito a rasserenare gli animi dei più incerti. Nonostante l’efficacia dei vaccini delle grandi aziende farmaceutiche americane sia ormai garantita al 90-95 per cento, il popolo dei dubbiosi – per non dire impauriti – si infoltisce sempre di più. Conosciamo tutti amici o colleghi che preferiscono soprassedere, nella migliore delle ipotesi attendere alcuni mesi prima di sottoporsi all’iniezione. La celerità senza precedenti della sperimentazione viene additata come causa delle loro ancestrali paure.

Ma è una fobia di una minoranza, pur consistente, che non potrà e non dovrà impedire il cammino della modernità, del ritorno alla normalità, diciamolo pure, alla civiltà. In Italia si è già aperto il dibattito sull’opportunità e ancor più sulla legittimità costituzionale di un obbligo di legge, appunto, alla vaccinazione, fatta eccezione per coloro che per ragioni immunologiche non vi si potranno sottoporre. Ora, a parte la necessità di proteggere proprio i nostri concittadini immuno-depressi – che già di per sé giustificherebbe l’obbligatorietà della copertura di massa – si pone proprio un problema di natura sociale, oltre che economica. Il ritorno a rapporti umani, economici, professionali normali è una condizione indispensabile per la ripresa.

Suona forse come una provocazione, ma non lo è. Il vaccino deve essere reso in qualche modo obbligatorio dallo Stato che, eccezionalmente, dovrà far prevalere con forza coercitiva e normativa l’interesse collettivo sul diritto del singolo a non avvalersi della copertura. Come è avvenuto del resto con la vaccinazione obbligatoria anti polio o vaiolo, ben nota alla mia generazione e non solo.

Condurre con la forza la gran parte dei 60 milioni di italiani al centro vaccini o al laboratorio vicino casa non sarà possibile. Ma si può instaurare un meccanismo di vincoli, divieti e paletti che renda la vaccinazione vincolante di fatto, anche se non di diritto.

Qualche esempio? Il diritto di spostarsi e di muoversi tra regioni italiane, ma anche verso paesi stranieri, di prendere un aereo o di salire su un qualsiasi treno, potrebbe essere subordinato all’esibizione del cosiddetto patentino no-Covid del quale già si inizia a parlare. Così l’accesso negli uffici pubblici, se non addirittura nei tribunali e perfino nelle scuole.

E le strutture private? Dalle palestre, ai cinema, dai ristoranti ai centri commerciali? In quel caso, lo Stato non potrà imporre vincoli all’accesso, ma sarà il mercato a regolare il flusso della clientela, sempre più a beneficio di chi tutela e garantisce i propri clienti.

L’ideale sarebbe evitare imposizioni dall’alto, tanto meno normative. Basterebbe il buon senso, unito alla consapevolezza del dramma che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo. Se non sarà sufficiente, tuttavia, allora l’interesse generale dovrà prevalere sulle paure particolari. Ne va della nostra salute. E della nostra “Ri-Nascita”.

 

Di Romana Liuzzo

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