Perché il virus ci ha trovati colpevolmente impreparati

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Il virus nemico dell’umanità può “costringerci” a tornare al vero senso del Natale. Quello fatto di preghiera, di raccoglimento, di affetti familiari. Non più tripudio di regali, ma una parentesi ancora più intima per ritrovare noi stessi. Questo sì, sarebbe davvero un bel regalo fatto a noi stessi. La rubrica Ri-nascita di Romana Liuzzo, presidente della Fondazione Guido Carli.

 

È tutto un vociare: “Giù le mani dal Natale”. Come se la festa fosse tutta loro e fosse solo quel luccicare dalle vetrine. Una cassaforte da proteggere, in questo caso dalla stretta delle misure anti contagio. Se ne lamentano, protestano, mossi dal falso mito dei guadagni e dell’edonismo. Più che il Natale, in questi anni abbiamo vissuto il carnevale del consumismo e dell’ostentazione, bisogna ammetterlo.

Oggi non c’è talk tv o telegiornale in cui la festa più profonda e spirituale della fede e della tradizione cattolica non venga brandita come una preda da far ingrassare e poi consumare a fine anno. Tra lo struscio delle vie dello shopping nei centri commerciali, la folla nei ristoranti o nei supermercati. Basterebbe la seconda ondata di questa pandemia per indurci a una più cauta consapevolezza e a comportamenti più prudenti, comunque diversi da quel che è avvenuto negli anni passati. Ma se non sono stati sufficienti i 4 mila morti a settimana di quest’ultimo mese, la soglia dei cinquantamila drammaticamente varcata proprio in questi giorni, cos’altro potrebbe fermarci?

Assistiamo invece alla stessa frenesia che ha preceduto le vacanze estive, alla medesima voglia di fuga e di “follie”, stavolta a fine anno. A una rivendicazione collettiva (non solo degli esercenti) del diritto alla spesa, al regalo, al consumo. Fino a un discutibile diritto al cenone.

I commercianti navigano in pessime acque, è vero. Tanti di loro attraversano una crisi che in molti casi sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza sul mercato. Viviamo una glaciazione economica che non ha precedenti dal Dopoguerra ad oggi. Ed è giusto che, adottando tutte le misure necessarie, il governo consenta gli acquisti.

Detto questo, il momento drammatico che l’intera umanità sta attraversando non può lasciarci insensibili. Il Natale costituisce forse, e non solo per chi crede, il momento più intimo e spirituale, un’occasione unica per riflettere sul senso della vita. E ricordarsi, per chi invece crede, della venuta di Gesù Cristo in terra, per portare la buona novella, il suo un messaggio di salvezza e di speranza. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno, al termine di questo 2020 che non dimenticheremo mai più.

Le parole di papa Francesco, domenica scorsa, sembrano ancora una volta profetiche e dovrebbero illuminare il complicato cammino che stiamo facendo. “Passata la crisi, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo”, ha ammonito il pontefice. Non possiamo, non dobbiamo tornare indietro, questo il cuore del suo messaggio.

L’epidemia da Covid può essere da questo punto di vista il momento propizio – kayros, lo chiamavano i greci – per rinascere a vita nuova. Possibilmente migliore. Il virus nemico dell’umanità può “costringerci” intanto a tornare al vero senso del Natale. Quello fatto di preghiera, di raccoglimento, di affetti familiari. Non più tripudio di regali, ma una parentesi ancora più intima per ritrovare noi stessi. Questo sì, sarebbe davvero un bel regalo fatto a noi stessi.

Ne abbiamo bisogno, alla vigilia di una difficile rinascita che sarà individuale, personale, ancor prima che collettiva. Se riusciremo a farlo, se ritroveremo la nostra anima, sarà uno dei pochi lasciti positivi della pandemia del secolo.

Di Romana Liuzzo

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