Riprendiamoci Roma e la nostra generazione

RomaRipenso con nostalgia a qualche anno fa. Arrivando alla Stazione Termini nella mia adorata Roma, mi sembrava davvero di tornare a casa. Fossero i colori del tramonto o dell’alba, dopo un viaggio di lavoro, mi riempivo gli occhi della luce e degli odori della mia città. Dico questo perché ho amato tanto Roma. E per questo oggi non trovare più una sola ragione per viverci, mi fa davvero male. Sto invecchiando? Esagero? O anche voi avete le stesse sensazioni? Ho bisogno di risposte. Che non so darmi.

Arrivo alla stazione, tra tassisti maleducati e povera gente buttata su decine di cartoni, povera gente che però mi fa sentire insicura. Non c’è più alcun odore di vecchi palazzi, di ragù cucinato dalle nonne che sembrava uscire dagli spifferi delle finestre, solo puzza e nessun colore. È tutto in bianco e nero. Se giro a piedi per portare a spasso Maria e Mimì, la mia labrador vecchietta e la mia piccola jack russel, inciampo nei sanpietrini sconnessi (due volte sono pure caduta), incontro gente che fa pipì contro i muri (e sono fortunata perché vivo in centro, immagino in periferia), se prendo la macchina, ne ho una piccolina, torno a casa con la schiena dolorante per tutte le buche che ho incamerato. La gente è triste o nervosa. E la capisco. Perché non ci salutiamo più? Perché non regaliamo più un sorriso? Camminiamo stretti nei nostri cappotti per paura di essere scippati pur non avendo nulla di prezioso addosso. E facciamo bene ad aver paura. Le strade sono buie, sporche, la gente ha fame. Se vogliamo e possiamo ospitare, ospitiamo in maniera dignitosa. Altrimenti ammettiamo che non possiamo. Ma non giochiamo con la pelle nostra e con quella degli altri.

RagazziniGiorni fa sono stata al cinema con mio marito. Era pieno di ragazzini che avranno avuto tra i nove e dodici anni, occhi bassi al cellulare, tutti soli. Ma io ricordo di aver accompagnato mio figlio almeno fino ai suoi quindici anni. E non era certo rimbambito né io una mamma apprensiva. Magari andavamo anche noi genitori, poi una pizza o un cinese tutti insieme. Oggi vedo quei bambini, perché sono bambini, soli a piazza Cavour, vestiti da adulti, con la sigaretta in mano. Hanno anticipato tutto, pure l’adolescenza. Uscendo dal cinema più volte mi sono sentita spingere da una massa di ragazzini che non conoscono nemmeno la parola scusa. Anzi, «mi scusi signora». C’è da ringraziare che non ti mandino pure a quel paese. E non sarà tutta colpa loro. Parlo con insegnanti terrorizzati da mamme e papà che vanno a scuola non per capire come migliorare i propri figli ma per aggredirli. Per dirgli quanto i loro figli siano geni. Questo temo non riguardi solo Roma. E certo non riguarda tutti i bimbi e tutte le mamme. Esagero un concetto per farlo arrivare, spero.

La mia sensazione è di una città allo sbando. Di valori persi cui invece dovremmo aggrapparci ora o mai più con tutte le nostre forze. Che fine ha fatto la nostra generazione? Quella che andava pazza per gli Anni ’80. Che credeva nel lavoro di squadra e nella meritocrazia. Noi cinquantenni, tutti noi la sentiamo ancora. Io lo so. Perché ne parliamo spesso tra amici coetanei. Ma ci sentiamo ormai alieni.

Hanno ridotto Roma ad una vera schifezza. Non diventiamo, non noi almeno, una generazione che gira la testa dall’altra parte. Che scende in piazza per una partita di calcio. Una generazione come quella che ha dieci anni meno di noi (non tutti, sia chiaro), che vuole essere vincente a tutti costi. Tutti belli, forti, intelligenti, in salute. Tutti che vantano figli che a vent’anni già guadagnano seimila dollari a settimana. All’estero ovviamente. A me, sarò sciocca, basta un figlio sereno. Se poi è pure genio buon per lui. Riprendiamoci la nostra città, ricordiamo a chi ci dice che dobbiamo essere sempre al top che non si arriva sempre sgomitando. E anche se fosse, a noi non interessa. Usciamo con gli amici per ridere e schifiamo chi ci invita a cena per chiedere sempre qualcosa. Sorridiamo dei nostri acciacchi, rispettiamo chi non ha la fortuna di avere successo. Scansiamo la falsità. E i falsi.

Pensieri sparsi, forse un pò confusi, ma da qualche parte dovremmo pur cominciare. Riprendiamoci Roma, riprendiamo noi stessi. Solo uniti possiamo vincere.