La rivoluzionaria semplicità dei nostri favolosi anni ’80

La mia generazione ha avuto la fortuna di vivere gli Anni ’80. E la loro rivoluzionaria semplicità. Le pastarelle della nonna la domenica, il Natale trascorso giocando a Monopoli, pane olio e sale per merenda. Anni in cui il peggior castigo era andare «a letto senza Carosello».

La mia generazione ha avuto la fortuna di essere stata educata da uomini d’altri tempi. Erano forti. Erano tenaci. Ed erano onesti. Uomini per i quali un gesto valeva più di mille parole, Uomini che vivevano con semplicità ma pensavano in grande.

Questa educazione per me è legata al nome e all’esempio di Guido Carli. Non il governatore della Banca d’Italia; non il Ministro del tesoro; non il presidente di Confindustria. Per me, solo un nonno: il mio.

Ogni generazione dovrebbe avere una speranza da coltivare, un obiettivo da raggiungere, un sogno da realizzare. E, soprattutto, una strada per riuscire a farlo. Ai nostri figli tutto questo è stato rubato.

Non ce ne siamo resi conto, ma c’è stato un momento in cui la «normalità» è passata di moda. La condivisione ha lasciato il posto all’autoreferenzialità e il rispetto delle regole è diventato un’ opzione. Non era questa l’Europa che sognava Guido Carli quando il 7 febbraio del ’92 firmò il Trattato di Maastricht, ma un’Europa fatta di crescita e sviluppo, non rigide manovre correttive né velocità differenziate. E neppure questa Italia che, di quest’Europa, è figlia.

Con migliaia d’imprese che chiudono; un tasso di disoccupazione giovanile del 35 per cento e 60 mila candidati ai test di Medicina alla conquista di 9 mila posti disponibili. Mentre 40 mila giovani partono ogni anno per cercare un lavoro all’estero.

Tornare indietro non è possibile. Ma deve esserci un modo perché i ventenni di oggi possano sperimentare la nostra rivoluzionaria semplicità. Deve esserci un modo per dare nuovo valore alla parola speranza e far sì che merito e impegno possano ancora significare successo. Guido Carli, citando Alcide De Gasperi, diceva spesso: «Un politico pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista pensa alle prossime generazioni». La migliore memoria, oggi, è ritrovare le sue parole e la sua azione. Era la sua speranza. È in tutti voi. È in tutti noi.

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